Come testimoniano le numerose fotografie di dettagli, i volti delle figure femminili di Botticelli costituiscono uno dei principali punti focali per i critici, gli studiosi e gli appassionati dell’epoca. Il critico d’arte Walter Pater, nel suo celebre saggio su Botticelli inserito nella raccolta del 1873 The Renaissance: Studies in Art and Poetry, è tra i primi a catturare la qualità magnetica di questi visi femminili. Pater, i cui scritti ottengono una popolarità immensa, descrive l’effetto quasi ipnotico esercitato dalle Madonne botticelliane: “Forse vi sarete chiesti talvolta perché quelle Madonne dall’aria infastidita, non conformi a nessun tipo di bellezza riconosciuto o evidente, vi attraggano sempre di più, e tornino spesso alla vostra memoria quando la Madonna Sistina e le Vergini del Beato Angelico sono ormai dimenticate”. Questi volti botticelliani, indimenticabili e misteriosi, si diffondono ovunque proprio attraverso riproduzioni fotografiche che, come illustrato in mostra, li isolano dal resto della composizione.
Il duo letterario Michael Field – composto dalle poetesse Katherine Bradley e Edith Cooper – nutre una passione viscerale per Botticelli, al punto da dedicare poesie alle sue opere e ricreare in casa una “piccola stanza di Botticelli”, rivestita di fotografie delle sue opere appese alle pareti. Tra queste spicca una riproduzione fotografica della Primavera donata loro dallo storico dell’arte Bernard Berenson. Un brano del diario di Michael Field dedicato alla figura di Flora offre uno sguardo ravvicinato sul modo in cui il pubblico interagiva con queste fotografie: “Sono affascinata da ogni singola ciocca dei suoi capelli lisci, da ogni dettaglio del disegno sul suo abito ricamato. E davanti ai suoi occhi e alla sua bocca rimango muta. È davvero terribilmente viva. […] Poso la penna per fissarla”.
Nel 1874, il critico John Ruskin trascorre oltre due settimane a copiare la figura di Sefora dagli affreschi di Botticelli nella Cappella Sistina. La sua ossessione per questa figura femminile è testimoniata dalla sua corrispondenza e, nel 1906, l’immagine di Sefora viene scelta come frontespizio dei suoi Collected Works. Marcel Proust, che possedeva proprio questa edizione, rimane a sua volta folgorato dal viso della Sefora di Botticelli, al punto da inserirla all’interno della Ricerca del tempo perduto.
Nel romanzo, il personaggio di Swann, innamorato di Odette, “aveva posto sul suo tavolo da lavoro, come se fosse stata una fotografia di Odette, una riproduzione della Sefora di Botticelli. Guardava quei grandi occhi, quel viso delicato in cui si indovinava la stanchezza della pelle, quelle guance infossate, e provava un piacere estetico per i lineamenti di una bellezza che fin allora non gli era parsa tale, e che ora, nobilitata dalla somiglianza, gli pareva degna d’essere amata, purificata, divina”. Una riproduzione fotografica incentrata sull’iconico volto di Sefora diventa così il fulcro di questo celebre passaggio proustiano, dimostrando il potere che l’isolamento del dettaglio fotografico esercitava sullo sguardo dello spettatore.










